giovedì 24 maggio 2018

Unione della Nobiltà Bizantina

 



Su iniziativa di Sua Altezza Imperiale il Principe Vladimir Gorshkov Cantacuzene (Despota di Morea, Principe di Costantinopoli, Voivoda di Valacchia e Moldavia, Principe di Transilvania e Ungheria, Principe dell'Impero Russo, ecc...), uno dei legittimi rappresentanti delle antiche dinastie sovranE dell'impero Romano d'Oriente ed eredi al trono di Bisanzio, ma l'unico, al mondo, a godere del riconoscimento ufficiale e della Alta Protezione Spirituale dei due più importanti Patriarcati Ortodossi (Ecumenico di Costantinopoli e Russo di Mosca), nasce il comitato promotore della Unione della Nobiltà Bizantina

Il giovane principe e professore Vladimir Cantacuzene (medico cardiologo, docente alla università di Mosca, uomo molto serio e religioso, impegnato nella ricerca scientifica ed in diverse attività culturali e di beneficenza), ricordiamo, con orgoglio, è tra i fondatori e membri del Comitato d'Onore di Aristocrazia Europea, e, per questo, i primi ad essere invitati ad aderire sono alcuni illustri consoci della nostra associazione internazionale: Sua Altezza Imperiale il Principe Prof. Roberto Comneno d'Otranto, Sua Altezza Imperiale il Principe Giovanni Paleologo di Bisanzio, Sua Altezza Imperiale il Principe Patrizio Tomassini Paternò Leopardi, il Nobile Loris dei Principi Castriota Skanderbegh, il Duca Costantino Agelasto Sevastopolo, il Nobile Paolo Carniglia Marulli dei Duchi di San Cesaro, ed altri amici italiani, slavi, greci, georgiani e armeni. 

La Unione della Nobiltà Bizantina, aperta a tutte le famiglie di sicura e comprovata origine, ma anche agli appassionati di queste tematiche, ai sostenitori del dialogo ecumenico fra cristiani cattolici ortientali e ortodossi orientali, ed ai benefattori della presenza cristiana in quelle martoriate terre mediorientali, sarà dipendente dalla già esistente Fondazione Imperiale Bisanzio, ente privato di interesse pubblico, soggetto di diritto internazionale, legalmente riconosciuto, che si occupa eclusivamente di storia, cultura, tradizioni ortodosse, orientali e bizantine.

 
 
Titoli e cariche, nell’Impero di Bisanzio

L’Impero Bizantino ebbe, nel corso della sua millenaria storia, un complesso sistema aristocratico e burocratico. Molti dei titoli e delle funzioni pubbliche erano puramente onofirici, in quanto l’Imperatore era il solo ed unico regnante. In oltre mille anni di storia quindi molti titoli scomparvero e vennero creati, mentre altri acquisirono o persero prestigio e potere. Agli inizi della sua storia, poiché Bisanzio rappresentava l’erede di Roma imperiale, i titoli in vigore erano gli stessi utilizzati dagli imperator romanorum, ma già con Eraclio (VII sec.) molti di essi divennero obsoleti, mentre Alessio I Comneno provvide a rinnovare completamente l’intero sistema aristocratico e burocratico dell’Impero. In seguito però, rare furono le modifiche ed i titoli e le cariche creati dal grande Imperatore rimasero pressoché invariati fino alla caduta di Costantinopoli nell’infausto anno domini 1453.

Possiamo pertanto suddividere titoli e cariche come segue:
1. TITOLI ARISTOCRATICI:
– Titoli Aristocratici Maggiori
– Titoli Aristocratici Minori
2. TITOLI MILITARI:
– Titoli dell’Esercito
– Titoli della Marina Imperiale
– Altri Titoli Militari
3. TITOLI BUROCRATICI.
I TITOLI ARISTOCRATICI
I TITOLI ARISTOCRATICI MAGGIORI

Basileos
È il termine greco che sta ad indicare il re e che originariamente si riferiva a tutti i re dei territori greci presenti nell’Impero Romano. Tale termine era usato anche nell’Impero Persiano per indicare la figura dell’Imperatore. Eraclio lo adottò in sostituzione dei titoli autokrator (colui che governa da solo) e kyrios (signore). Successivamente gli Imperatori bizantini presero l’abitudine di farsi chiamare porphyrogenitos (letteralmente nati nella porpora e cioè nati nel palazzo imperiale da un imperatore regnante, quindi, in ultima analisi, legittimi). La forma femminile è basilissa e si riferisce naturalmente ad un’imperatrice (cui andava anche il titolo di kyria e despoina). Nel corso dei secoli apparve anche il termine basilopator, un titolo puramente onorifico che stava ad indicare il “padre” dell’Imperatore (anche se il basilopator non era necessariamente il padre legittimo del monarca). Il primo uomo ad assumere il titolo di basilopator fu Zautzes, un nobile sotto il regno di Leone VI, mentre Romano I Lecapeno lo utilizzò quando divenne correggente del giovane Costantino VII.

Despotes
Il titolo di despota fu creato da Manuele I Comneno nel XII secolo e colui che era ne era insignito era secondo solo all’Imperatore. Inoltre tale titolo poteva comprendere anche una vera e propria assegnazione territoriale in amministrazione e ciò accadde soprattutto durante la dinastia dei Paleologi, quando l’erede al trono riceveva il titolo di despota e congiuntamente il despotato di Morea. La forma femminile è despoina e normalmente era portato dalla moglie di un despota.

Sebastokrator
Questo titolo fu creato dall’Imperatore Alessio I Comneno; esso deriva dalla combinazione di autokrator e sebastos ed indica unicamente la parentela con un Imperatore. Ricevere il titolo di sebastocratore non significava avere alcun reale potere né alcun ruolo del governo dell’Impero ed il primo ad esserne insignito fu proprio il fratello minore di Alessio I, il principe Isacco. La forma femminile è sebasstokratorissa.

Kaiser
Questa è la forma greca del termine latino Caesar che, nome di uno dei più grandi condottieri di Roma, indicò successivamente gli Imperatori o gli eredi al trono. Quando Alessio I Comneno creò il titolo sebastokrator, colui che portava il nome di kaiser divenne terzo in ordine di importanza e poi quarto quando Manuele I (stessa dinastia e stessa smania di creazione) creò il titolo despotes. La forma femminile è kaisarissa.

Panhypersebastos e Protosebastos
Sono questi titoli che derivano dal termine sebastos (maestà). Alessio I Comneno e i suoi successori crearono un notevole numero di titoli nobiliari e burocratici aggiungendo al titolo vero e proprio pan (tutto), hyper (super), proto (primo) e altri prefissi (in questo caso al termine sebastos).

Despota, sebastocratore, cesare, panipersevasta e protosebasta
Furono normalmente assegnati a membri della famiglia imperiale e si distinguevano l’uno dall’altro da abiti e corone differenti. In alcune occasione però, tali titoli furono concessi anche a personaggi stranieri. Il primo di questi ad ottenere il titolo di despota fu Bela III re d’Ungheria (a sottolineare il fatto che l’Ungheria era considerata uno stato tributario dell’Impero Bizantino); il primo straniero ad ottenere invece il titolo di sebastocratore fu Stefano Nemanja, principe di Serbia, cui venne concesso nel 1191. Anche Kalojan zar di Bulgaria fu insignito del titolo di sebastocratore, mentre Giustiniano II nominò Tervel, khan dei Bulgari, cesare nel 705 (tale termine evolse poi nella forma slava tsar o czar [poi zar] utilizzato principalmente in Russia [con l’avvento al trono di Ivan il Terribile] e Bulgaria). Nel 1304, Andronico II nominò Ruggero de Flor, capitano della Grande Compagnia Catalana, cesare, mentre il titolo di protosebasta fu concesso ad Enrico Dandolo, doge di Venezia (prima della sua partecipazione alla IV Crociata culminata con l’occupazione di Costantinopoli). Negli ultimi anni secoli di vita dell’Impero, inoltre, i sovrani bizantini assunsero anche i titoli di khronokrator e kosmokrator (letteralmente signore del tempo e signore del mondo).

I TITOLI ARISTOCRATICI MINORI

Sebastos
Maestà: questo titoli era originariamente equivalente ad– Augusto (o Augoustos) ed utilizzato unicamente dagli Imperatori. Dopo la creazione del titolo di protosebastos (durante il regno di Alessio I Comneno) tale titolo cadde in disuso. La forma femminile è sebasta.

Pansebastohypertatos, panoikeiotatos, protoproedros
Esempio di alcuni titoli creati aggiungendo prefissi. Questi titoli furono concessi a membri della Famiglia Imperiale dopo il regno di Alessio I Comneno e stavano ad indicare una relazione di parentela con il monarca, ma non comprendevano alcun reale potere.

Protovestiarios
Era normalmente un lontano parente dell’Imperatore, che si occupava in particolar modo del suo guardaroba, specialmente durante le campagne militari. A volte il potere del protovestiario si estendeva anche alla supervisione su alcuni membri del seguito imperiale e addirittura alle finanze personali dell’Imperatore. Il termine precedente, risalente ai tempi di Giustiniano I, era curopalate (o kouropalates in greco): esso derivava da kourator (curatore) un ufficiale responsabile degli affari economici. Il vestiarios era un ufficiale di grado subalterno. Il termine protevestiaria e vestiaria indicava naturalmente le medesime funzioni svolte al seguito dell’Imperatrice. Nell’Impero Bizantino venivano inoltre usati altri titoli nobiliari per i membri minori della Famiglia Imperiale e per i membri della piccola nobiltà, solitamente derivati da quelli latini e, pertanto, molto simili a quelli utilizzati nell’Europa Occidentale. Tali titoli erano prinkeps (principe), doux (duca) e komes (conte). Altri titoli usati erano kleisourarka, apokomes e akrita, più o meno corrispondenti ai più noti marchese, visconte e conte e barone.Alcuni membri della piccola nobiltà, infine, potevano fregiarsi di altri titoli connessi alle mansioni da loro svolte presso la Corte Imperiale, come ad esempio parakoimomenos (guardia del corpo), pankernes (coppiere) e megas konostaulos (gran conestabile). 

TITOLO MILITARI NELL'ESERCITO
  
Prefetto del Pretorio
Questo era il titolo utilizzato al tempo dei– Romani, per indicare il comandante delle truppe nella parte orientale dell’Impero. Fu abolito nel VII secolo quando ormai era caduto in disuso (in quanto non esisteva più una parte occidentale del medesimo Impero). Nell’Impero Bizantino successivo al VII secolo tale titolo evolse in quello di domestikos.

Domestikos i domestikoi
Erano in origine le guardie dell’Imperatore e solo in seguito tale titolo indicò alti ufficiali (generali) che avevano giurisdizione in un Tema. I tre specifici titoli correlati a domestikos erano:
– Megas Domestikos (Gran Domestico) il comandante supremo delle forze armate;
– Domestikos tou Scholai (Domestico delle Scholae) il comandante delle Scholae, in origine una delle più prestigiose divisioni dell’esercito, poi un Tema che forniva truppe alla stessa divisione.
Questo era uno dei titoli militari più prestigiosi che comportava anche un reale (e notevole) potere.
– Domestikos tou Thema (Domestico del Tema) il comandante (nonché organizzatore) di un Tema militare; ne esisteva uno per quelli europei ed uno per quelli asiatici.

Strategos
Era così chiamato il comandante militare di un Tema, che, normalmente, portava anche il titolo di doux. Il termine può comunque essere paragonato al nostro generale.
  • Protospatharios il comandante della guardia imperiale. Gli spatharios erano i suoi subalterni.
  • Protostrator alto ufficiale dell’esercito (titolo a volte utilizzato per indicare il comandante supremo).
  • Stratopedarch un comandante militare che poteva avere anche funzioni di magistrato.
  • Protokentarchos e kentarchos comandante di una reparto di piccole dimensioni. Tale titolo deriva dalla forma latina centurione.
  • Merarches comandante di una divisione di cavalleria.
I TITOLI DELLA MARINA

Megas Doux il Gran Duca
Egli era una sorta di Grande Ammiraglio, cui competeva il comando della flotta imperiale e l’organizzazione dei Temi navali. Il megas doux era uno delle pochissime persone che conoscevano il segreto della composizione del cosiddetto fuoco greco.

Drungarios
Subalterno del megas doux cui competeva il comando degli ufficiali della marina.
Drungarios ufficiale navale minore. A volte un ufficiale di rango– inferiore (ma con mansioni superiori al drungarios) veniva chiamato drungarokometes.

Katepanos
Così era chiamato il governatore di un Tema marittimo, titolo di cui si ha notizia solo dopo il X secolo.

ALTRI TITOLI MILITARI

Konostaulos
Era il termine greco di conestabile e rappresentava il comandante dei mercenari francesi.
Aiteriarch
Comandante dei mercenari barbari.
Akolythos
“Accolito”, il comandante delle truppe variaghe.
Spatharokandidatos
Altro titolo utilizzato per le truppe variaghe.
Manglavites
Altro titolo utilizzato per le truppe variaghe.

I TITOLI BUROCRATICI

L’imponente burocrazia dell’Impero Bizantino comprendeva numerosissimi titoli che si differenziavano sia da quelli aristocratici che da quelli militari. A Costantinopoli, in qualunque periodo della storia dell’Impero, vivevano e lavoravano centinaia, se non addirittura migliaia, di burocrati. Qui di seguito sono riportati alcuni dei titoli più noti e di uso comune, compresi i titoli che non comportavano nobiltà di sorta ma che indicavano comunque funzionari al servizio dell’Imperatore.

Protoasecretis
Uno dei più antichi titoli assegnato al capo della cancelleria imperiale, responsabile della corretta stesura ed archiviazione dei documenti ufficiali del governo. Il secretisa era un suo subalterno, proprio come il chartoularios (che si occupava dei documenti imperiali), il kastrisios (ciambellano del Palazzo Imperiale), il mystikos (una sorta di segretario personale) e l’eidikos (funzionario della tesoreria).

Logothetes
Genericamente un segretario, le cui funzioni mutavano però in base alla propria posizione ed alla specificità del proprio titolo. La carica di logoteta era comunque una della più importanti di tutta la burocrazia imperiale e comprendeva:
– Megas Logothetes (Gran Logoteta) il capo dei logoteti, personalmente responsabile di fronte all’Imperatore del sistema legale e della tesoreria, aveva funzioni molto simile ad un cancelliere dell’Europa Occidentale.
– Logothetes tou Dromou (Logoteta delle Poste) il capo della diplomazia imperiale e del “servizio postale”.
– Logothetes ton oikeiakon (Logoteta Domestico) il capo degli affari interni, della sicurezza di Costantinopoli e dell’economia della capitale.
– Logothetes tou Genikou (Logoteta Generale) responsabile delle tasse.
– Logothetes tou stratiotikou (Logoteta Militare) civile responsabile della distribuzione della paghe ai soldati.
Nel corse dei secoli il Logoteta accentrò tali e tanti poteri nelle proprie mani da riuscire ad esercitare una vera influenza sulla persona dell’Imperatore e quindi sul governo dell’Impero, ma, con il passare del tempo, tale titolo perse di importanza e si limitò quasi ad essere una carica onorifica; nel tardo impero, addirittura, il Gran Logoteta divenne un semplice mesazon cioè un responsabile dell’amministrazione imperiale.

Prefetto funzionario minore
Competeva l’amministrazione di governatorati locali.
Quaestor
Originariamente un pubblico ufficiale, il cui potere venne però drasticamente ridotto con la creazione del Logoteta.
Tribounos
Equivalente del tribuno dell’antica Roma, responsabile– della manutenzione delle strade, dei monumenti e degli edifici della capitale.
Magister (magister officiorum, magister militum)
Antico termine romano (maestro degli uffici e maestro dell’esercito) che, dal tempo dell’Imperatore Eraclio, era puramente onorifico.
Sacellarios
Durante il regno di Eraclio, supervisore (senza reali poteri) dell’amministrazione del Palazzo Imperiale.
Praetor
Originariamente funzionario che si occupava delle tasse; con l’avvento al trono di Alessio I, il termine indicò invece il governatore civile di un Tema.
Kephale
Letteralmente “capo”, governatore civile di una città bizantina.
Dragoman
Termine di derivazione turca, che stava ad indicare il traduttore facente parte del seguito di un ambasciatore.
Horeiarios
Funzionario cui competeva la distribuzione del grano contenuto nei granai dello stato.
Protoasecretis, logoteta, prefetto, pretore, questore, magister e sacellarios erano, insieme ad altri funzionari, membri del Senato Imperiale, fino a quando questo non divenne uno strumento di governo poco utilizzato dall’Imperatore.


mercoledì 16 maggio 2018

In difesa dei fratelli Cristiani orientali



Il vice presidente di Aristocrazia Europea, Roberto Jonghi Lavarini, con Sua Eccellenza l'Archimandrita (Cristiano Cattolico Greco Melchita Siriaco) Mtanios Haddad, Rettore della Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma, Apocrisario Patriarcale e vice Gran Priore dell'Ordine Patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme, paladino dei fratelli cristiani orientali perseguitani in Siria, Irak e Palestina. - http://www.opscg.org/

martedì 15 maggio 2018

Fra’ Giacomo è l’80° Gran Maestro SMOM

Consiglio di Stato del Sovrano Ordine di Malta

Santi e Beati di Casa Savoia

La Real Casa di Savoia è una dinastia millenaria, che fonda le proprie radici, quale baluardo della Cristianità, nel cuore della Regione della Savoia sin da prima dell’anno 1000. Ben si comprende quindi la ragione per cui la Dinastia Sabauda annovera molteplici figure di Santi e Beati e ancora oggi sono in corso diversi processi di canonizzazione di membri di Casa Savoia. Si ripercorre qui sinteticamente la biografia dei Santi e Beati di Casa Savoia della Chiesa Cattolica, precisando che la Chiesa Ortodossa venera altresì la figura di Sant’Anna Paleogina (Giovanna di Savoia – 1306-1365), figlia del Conte Amedeo V di Savoia e imperatrice bizantina.

BEATA ADELAIDE DI SUSA
Marchesa di Torino (1015-1091) 19 dicembre

  La Marchesa Adeleaide di Susa, figlia di Olderico Manfredi e di Beta D’Este, sposò in terze nozze il conte Oddone di Savoia, terzo sovrano del Casato, figlio del Capostipite Umberto I Biancamano. È denominata in parecchie cronache benedettine, come “Beata Adelaide” e per l’appoggio dato alla Chiesa “figlia di S. Pietro”, ma il suo culto non è stato mai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa.
Pur essendo una bella persona anche nel volto, considerava la bellezza e la ricchezza come cose passeggere, valutando invece le virtù come gloria duratura.
Dotata di forte temperamento, non indugiava se necessario, a castigare la corruzione in grossi personaggi della regione, compreso anche dei vescovi, nel contempo premiava magnanimamente le nobili imprese e le attività caritatevoli.
Fondò nei suoi possedimenti molte chiese e monasteri, diventati poi centri di divulgazione del patrimonio di studi e di storia.
La sua protezione ai tanti monasteri fondati in Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia, fu tale che s. Pier Damiani, vescovo e Dottore della Chiesa, suo contemporaneo, poté dire: “Sotto la protezione di Adelaide, vivono i monaci come pulcini sotto le ali della chioccia”.
Fu amata dagli italiani del tempo, che generalmente la chiamavano “la marchesa delle Alpi Cozie”; fu stimata dai suoi sudditi e temuta dai suoi avversari. Fu sepolta nella Cattedrale di Torino ma la sua tomba è oggi scomparsa. Ancora oggi viene venerata nella Cattedrale di Susa, nella quale le è stata dedicata una statua.

BEATO UMBERTO III
Conte di Savoia (1136-1188) 4 marzo

  Umberto III, conte di Savoia, nacque verso il 1136 nel castello di Avigliana, nei pressi di Torino, figlio del conte Amedeo III e di Matilde d’Albon. La vita di questo sovrano trascorse quasi tutta sotto il segno delle contraddizioni: amante della pace, dovette scontrarsi con frequenti ostilità e guerre; penitente, asceta contemplativo, la cura del governo gli impose una vita d’azione, ritrovandosi quasi costretto al matrimonio per lasciare un erede. Diede tuttavia indubbi segni di grande equilibrio morale, di severità con sé stesso e di indulgenza e carità verso il prossimo. Fu il primo principe sabaudo ad essere sepolto nell’abbazia di Hautecombe, che da allora divenne una necropoli per la dinastia, tanto che ancora oggi vi riposano Umberto II e Maria José, ultimi sovrani italiani. Il conte defunto ricevette subito una grande venerazione, supportata anche da non pochi miracoli, finché nel 1838 il re Carlo Alberto di Sardegna non riuscì ad ottenere da papa Gregorio XVI l’approvazione ufficiale del titolo di “beato” per il suo avo, nonché per il nipote di questi, Bonifacio, monaco certosino e poi arcivescovo di Canterbury. I due beati di Casa Savoia riposano oggi in due pregevoli sarcofagi dietro l’altar maggiore della chiesa abbaziale ad Hautecombe. In Italia il Beato Umberto III è ricordato ancora oggi in particolare presso Racconigi, ove nel Santuario Reale della Madonna delle Grazie è custodito un quadro del beato donato dalla regina Elena e fatto restaurare dal re Umberto II. Inoltre è venerato presso Aosta, ove è raffigurato sulla facciata della cattedrale, e nel castello di Sarre, sempre in Valle d’Aosta.

BEATO BONIFACIO
Arcivescovo di Canterbury (1207 – 1270) 4 luglio

Undicesimo dei figli del conte Tommaso I di Savoia e di Margherita di Ginevra, Bonifacio nacque nel 1207 nel castello di Sainte-Hélène-du-Lac in Savoia.
Benché di carattere forte e focoso, era tuttavia portato alla pietà, il padre volle favorire questa inclinazione indirizzandolo alla vita ecclesiastica, pertanto Bonifacio entrò nella Grande Certosa di Grenoble, dove si distinse subito per la sua spiritualità. Non ancora professo fu eletto priore per breve tempo di Nantua e nel 1232, a 25 anni ancora suddiacono, fu eletto vescovo di Belley, dai canonici della cattedrale, i quali desideravano come capo della loro Chiesa, una persona di illustre casato e di grande importanza; alla morte del fratello Guglielmo, che era vescovo di Valenza, Bonifacio amministrò anche quella diocesi fino al 1242.
Per interessamento della nipote Eleonora sposa di Enrico III d’Inghilterra, venne eletto arcivescovo di Canterbury il 15 gennaio 1245 da papa Innocenzo IV, durante il Concilio di Lione, ottenendo anche benefici economici per risanare i bilanci della sede di Canterbury. Venne sepolto nell’abbazia cistercense di Hautecombe sul lago di Bourget, dove riposa tuttora. Papa Gregorio XVI il 1° settembre 1838, ne approvò il culto per l’Ordine dei Certosini e per la diocesi di Chambéry.

BEATA MARGHERITA
(1390 – 1464) 23 novembre

La Beata Margherita di Savoia era figlia del conte Amedeo di Savoia-Acaja, mentre sua madre era una delle sorelle di quel Clemente VII che durante il Grande Scisma si dichiarò papa ad Avignone. Margherita si meritò addirittura l’appellativo di “Grande”.
Nata a Pinerolo tra il 1382 ed il 1390, rimasta orfana, passò con la sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, che per mancanza di eredi maschi diretti succedette al defunto Principe Amedeo. Divenne sposa nel 1403 del Marchese di Monferrato, Teodoro II Paleologo, e dopo essere stata la saggia consigliera di suo marito, rimase vedova nel 1418.
Governò allora il marchesato in prima persona quale reggente, sino alla maggiore età del figliastro Giovanni. Si ritirò poi nel palazzo di Alba, per dedicarsi ad opere di carità. Divenne terziaria domenicana e fondò poi una congregazione, prima di terziarie e poi nel 1441, con l’approvazione di Papa Eugenio IV, di monache. Nacque così il Monastero di Santa Maria Maddalena in Alba. Un giorno ebbe una visione di Cristo, che le porse tre frecce recanti ciascuna una scritta: malattia, calunnia e persecuzione. Infatti nel periodo seguente ebbe a patire tutti e tre i tormenti indicati. Afflitta da una salute assai cagionevole, fu accusata d’ipocrisia, poi di tirannia nei confronti delle consorelle. Nonostante tutte queste difficoltà, per circa venticinque anni condusse una vita ritirata di preghiera e carità.
Margherita di Savoia morì ad Alba il 23 novembre 1464, circondata dall’affetto e dalla venerazione delle sue figlie spirituali. Il pontefice piemontese San Pio V, già religioso domenicano e priore del convento di Alba, nel 1566 permise per Margherita di Savoia un culto locale riservato al Monastero di Alba, mentre Papa Clemente IX la beatificò solennemente il 9 ottobre 1669, fissandone la memoria al 27 novembre per tutto l’Ordine Domenicano. Martyrologium Romanum la festeggia invece al 23 novembre, anniversario della nascita al cielo della beata. Il suo corpo è ancor oggi oggetto di venerazione nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Alba, anche dopo il trasferimento definitivo nel monastero in una nuova sede avvenuto nel 1956.

BEATO LUCIO
Martire mercedario (??? – 1470) 5 maggio

  Discendente della nobile famiglia dei Savoia, il Beato Lucio, ricevette l’abito dell’Ordine Mercedario nel convento di Carcassona in Francia. Inviato a redimere schiavi in Africa, fu sorpreso in mare dai corsari mori che portatolo a Tunisi, gli inflissero ogni genere di orribili torture. Condotto poi in Egitto, per 16 anni sopportò una crudele prigionia e afflitto da molti tormenti, i quali nulla valsero a fargli rinnegare la fede in Cristo Gesù. Indignati per la sua costanza, per ordine del sultano Bajazet II° venne decapitato nella città di Costantinopoli il 5 maggio 1470, giorno in cui viene festeggiato dall’Ordine Mercedario.

BEATO AMEDEO IX
Duca (1435 – 1472) 30 marzo

  Amedeo nacque a Thonon nel 1435, figlio del duca Ludovico I di Savoia e di Anna di Lusignano, e nipote dell'antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia). Già da bambino fu promesso a Iolanda, figlia di Carlo VII di Francia, con cui si sposò nel 1452, e la coppia si ritirò nella provincia di Brescia, territorio che gli era stato assegnato oltre al governatorato del Piemonte. Fu Duca di Savoia. Egli intervenne senza esitazioni quando si trattò di difendere il cristianesimo dalla minaccia turca, raccogliendo un esercito per la difesa del Peloponneso. La sua prima preoccupazione era per i poveri. Nonostante la grande generosità, non ebbe mai problemi economici e grazie a un'attenta amministrazione riuscì anche a saldare i debiti contratti dai suoi predecessori. La sua vita era estremamente austera: lontano dal concedersi qualsiasi privilegio nonostante la sua salute delicata, fece credere piuttosto di dovere digiunare per questo motivo. Con l'aumentare della sua debolezza, passò l'amministrazione del ducato alla moglie Iolanda (1469), ma i suoi sudditi si ribellarono ed egli stesso venne imprigionato fino a che il cognato, Luigi XI di Francia, non ottenne il suo rilascio. Quando si rese conto di essere prossimo alla morte affidò i figli alla moglie e pronunciò le ultime raccomandazioni alla presenza loro e dei suoi ministri: «Siate retti. Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace». Morì il 30 marzo 1472 e fu beatificato nel 1677 da Papa Innocenzo XI. Fu inumato nella chiesa di S. Eusebio a Vercelli, sotto l’altare maggiore.

BEATA LUDOVICA
Principessa di Chalons (1462 – 1503) 24 luglio

  Ludovica nacque a Bourg-en-Bresse il 28 luglio 1462, quinta dei nove figli del Beato Amedeo IX di Savoia e di Jolanda di Francia, sorella del Re Luigi XI. Rimasta vedova in giovane età di Ugo di Chalon, membro del ramo cadetto dei Signori di Borgogna, abbracciò la regola di Santa Chiara, secondo lo spirito di Santa Colette, la riformatrice francese delle Clarisse. Da modello di sposa divenne modello di monaca. Grande fu il suo spirito di pietà e di preghiera, in un’atmosfera austera e povera. Scrisse alcune meditazioni e un piccolo trattato sull'importanza, per un monastero, della fedeltà alla Regola. Nell'ultimo periodo della sua vita Ludovica soffrì di diverse malattie; morì il 24 luglio 1503 a soli quarant'anni. Si diffuse subito la fama della sua santità. Ludovica fu sepolta nel cimitero del convento, poi, quando nel 1531 le monache furono cacciate da Orbe, le sue spoglie furono trasportate nel convento francescano di Nozeroy. Durante la Rivoluzione Francese il convento fu distrutto, delle tombe, anche se non profanate, si perse ogni traccia. Nel 1838 Carlo Alberto ottenne dal governo francese e dal Vescovo di S. Claude l’autorizzazione ad effettuare gli scavi alla ricerca della cassa che fu ritrovata in buone condizioni. Le ossa furono consegnate a Monsignor Vogliotti, Cappellano Regio, affinché venissero trasportate a Torino per essere riposte, con i dovuti onori, nella cappella interna di Palazzo Reale, all'epoca Parrocchia, presso l'altare dedicato al padre B. Amedeo IX. L’anno precedente Carlo Alberto aveva ottenuto la conferma del culto da papa Gregorio XVI che fissava la memoria liturgica della Beata al 24 luglio.

SAN GIROLAMO CARMELO
Mercedario, veggente, vescovo (??? – 1558) 2 marzo

  Girolamo Carmelo di Savoia, chiamato San Carmelo, anche se all’interno dell’Ordine della Mercede è considerato Venerabile, era di origine piemontese appartenente alla famiglia dei duchi di Savoia. Lasciati gli studi per dedicarsi alla vita militare, dopo un sogno decise di farsi religioso mercedario, fece i voti a Barcellona il 25 marzo del 1542. Nel periodo giovanile subì molte tentazioni da parte del demonio, successivamente si dedicò allo studio della teologia. Fu grande devoto della Madonna con la quale dialogava molto spesso considerandola la sua “Sposa Mistica”. Difese strenuamente il dogma dell’Immacolata Concezione e a lei dedicò un libro intitolato “De Conceptione”, nel quale si legge il verso “Tota pulcra es, amica mea, et macula non est in te”. Quando stava scrivendo questo, gli apparve la Vergine circondata di serafini, tale visione aumentò il suo amore verso di lei dicendo che era stato testimone oculare di questo dogma. Si afferma che San Carmelo fu vescovo di Teruel (Spagna), quando in realtà questa diocesi non era stata ancora fondata ma fu molto popolare fra la gente per tanti miracoli compiuti. Morì a Barcellona il 28 maggio 1558. L’Ordine Mercedario lo commemora il 2 marzo.

BEATA MARIA CRISTINA
Regina delle Due Sicilie (1812 – 1836) 31 gennaio

  Maria Cristina nacque a Cagliari il 14 novembre 1812, figlia del Re Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo Lorena. Fu subito consacrata alla Madonna dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena fu in grado d’intendere e volere. Maria Cristina si formò una cultura consona ad una principessa, unita a una spiritualità profonda. Quando ebbe nove anni, suo padre, re Vittorio Emanuele I, dovette rinunciare al trono: dopo un periodo d’esilio a Nizza, si stabilì con tutta la famiglia a Moncalieri, dove morì dopo tre anni, nel 1824. Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire. Lì sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura, ma il suo direttore spirituale la dissuase: sapeva infatti che Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, matrimonio che venne celebrato il 21 novembre 1832. Maria Cristina iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni. A corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo. Quando era per strada in carrozza e incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, faceva fermare la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra, anche nel fango delle strade di allora. Fece in modo che a tutti a corte potessero partecipare alla Messa nei giorni festivi. La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno. Diede alla luce il futuro re Francesco II il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute. Prendendo in braccio il tanto atteso erede e porgendolo al re suo marito, disse: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui». Il 31 gennaio 1836, in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Era poco più che ventitreenne ed era stata regina per appena tre anni. Le autorità ecclesiastiche, a fronte della fama di santità che già in vita aveva circondato la regina Maria Cristina, disposero la ricognizione del corpo e la sua traslazione nella cappella dedicata a san Tommaso Apostolo nella Basilica di Santa Chiara a Napoli. In seguito, anche per via delle grazie che il popolo di Napoli attribuiva alla sua intercessione, per la “Reginella santa” s’iniziarono le pratiche per la beatificazione. Il Cardinale arcivescovo di Napoli, il Venerabile Sisto Riario Sforza, nel 1852 avviò il Processo sulla fama di santità, virtù e miracoli. In seguito, con l’introduzione della Causa a opera del Beato papa Pio IX il 9 luglio 1859, iniziò la fase romana, ossia il Processo apostolico. Il 6 maggio 1937 papa Pio XI firmò il decreto con cui Maria Cristina veniva dichiarata Venerabile. Tuttavia, negli anni seguenti, la causa subì un rallentamento a causa della seconda guerra mondiale, che causò anche il bombardamento di Napoli e la distruzione della chiesa e del monastero di Santa Chiara. In seguito, fu proclamata la Repubblica in Italia e re Umberto II di Savoia andò in esilio. Tra le numerose grazie attribuite all’intercessione della Venerabile Maria Cristina, venne presa in esame la guarigione di Maria Vallarino, malata dal giugno 1866 e guarita dopo essersi affidata all’intercessione della regina Maria Cristina. La “Positio super miraculo”, che riportava i documenti dei processi svolti negli anni 1872-1888 presso la Curia di Genova, venne esaminata dai Medici nella Consulta del 29 ottobre 2009, dai Teologi nel Congresso del 26 maggio 2012 e infine dai Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi il 9 aprile 2013. Infine, il 2 maggio 2013, papa Francesco autorizzava la promulgazione del decreto che dichiarava miracolosa e ottenuta per intercessione della Venerabile Maria Cristina di Savoia la guarigione esaminata. Il rito della beatificazione si è svolto il 25 gennaio 2014 nella Basilica di Santa Chiara a Napoli, presieduto dal cardinal Angelo Amato come delegato del Santo Padre. La memoria liturgica della nuova Beata è stata quindi fissata al 31 gennaio, il giorno esatto della sua nascita al Cielo.

"La nobiltà di San Giuseppe"...

 
Dall'opera "Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana", Documenti IV - La stirpe nobile è un prezioso dono di Dio, n. 6 e 7, Marzorati Editore, 1993 (*):
6. Maria, Giuseppe e, quindi, Gesù, nacquero di stirpe regale
Da un sermone di san Bernardino da Siena (1380-1444) su san Giuseppe: 
“In primo luogo, consideriamo la nobiltà della sposa, cioè della Ss.ma Vergine. La Beata Vergine fu la più nobile di tutte le creature esistite nella natura umana, che possano o abbiano potuto essere generate. San Matteo (cap. I), collocando tre volte quattordici generazioni, da Abramo a Gesù Cristo compreso, mostra che ella è discendente da 14 Patriarchi, da 14 Re e da 14 principi. (...)
“San Luca, scrivendo anch'egli nel capitolo 3 sulla nobiltà di lei, a partire da Adamo ed Eva, prosegue nella sua genealogia fino a Cristo Dio. (…)
“In secondo luogo, consideriamo la nobiltà dello sposo, cioè di san Giuseppe. Nacque egli di stirpe patriarcale, regale e principesca, discendendo direttamente com'è stato detto. Quindi san Matteo (cap. I) elenca in linea diretta tutti questi padri da Abramo fino allo sposo della Vergine, dimostrando chiaramente che in lui sfociò tutta la dignità patriarcale, regale e principessa. (...)
“In terzo luogo, prendiamo in esame la nobiltà di Cristo. Egli fu, pertanto, come deriva da quanto è stato detto, Patriarca, Re e Principe, per parte di madre e padre. (...)
“I menzionati Evangelisti descrivono la nobiltà della Vergine e di Giuseppe per rendere manifesta la nobiltà di Cristo. Giuseppe fu quindi di tanta nobiltà che, in un certo modo, se ci è permesso esprimerci così, diede la nobiltà temporale a Dio in Nostro Signore Gesù Cristo”. (**)
7. Dio Figlio volle nascere di stirpe regale per riunire nella sua Persona tutti i generi di grandezza 
Dagli scritti di san Pietro Giuliano Eymard (1811-1868) su san Giuseppe: 
“Quando Dio Padre decise di dare suo Figlio al mondo, volle farlo con onore, poiché Egli è degno di ogni onore e di ogni lode.
“Gli preparò quindi una corte ed una servitù regale degni di Lui. Dio voleva che, perfino sulla terra, suo Figlio incontrasse un'accoglienza degna e gloriosa, se non agli occhi del mondo, almeno ai suoi propri occhi.
“Questo mistero di grazia dell'Incarnazione del Verbo non fu realizzato improvvisamente da Dio e quelli che erano stati scelti per prenderne parte, furono preparati da Lui molto tempo prima. La corte del Figlio di Dio fatto Uomo si compone di Maria e di Giuseppe; lo stesso Dio non avrebbe potuto trovare per suo Figlio servi più degni di stargli vicino. Consideriamo particolarmente san Giuseppe.
“Incaricato dell'educazione del Principe regale del Cielo e della terra, di dirigerlo e di servirlo, era necessario che i suoi servizi facessero onore al suo divino allievo: non stava bene che un Dio si dovesse vergognare di suo padre. Quindi, dovendo essere Re, della stirpe di Davide, fa nascere san Giuseppe dallo stesso ceppo regale: vuole che Lui sia nobile, persino della nobiltà terrena. Nelle vene di san Giuseppe scorre dunque il sangue di Davide, di Salomone, e di tutti i nobili Re di Giuda e se la sua stessa dinastia avesse continuato a regnare, lui [san Giuseppe] sarebbe stato l'erede del trono e avrebbe dovuto occuparlo.
“Non fermatevi a considerare la sua povertà attuale: l'ingiustizia scacciò la sua famiglia dal trono al quale aveva diritto, ma non per questo egli cessa di essere Re, figlio di quei Re di Giuda, i maggiori, i più nobili, i più ricchi dell'universo. Anche nei registri anagrafici di Betlemme san Giuseppe sarà iscritto e riconosciuto dal governatore romano quale erede di Davide: questa la sua regale pergamena, facilmente riconoscibile e che porta la sua regale firma.
Ma che importanza ha la nobiltà di Giuseppe?, direte forse. Gesù è venuto soltanto per umiliarsi. Rispondo che il Figlio di Dio, il quale ha voluto umiliarsi per un certo tempo, ha voluto anche riunire nella sua Persona tutti i generi di grandezza: Egli è Re anche per diritto di eredità, poiché di sangue reale. Gesù è nobile e, quando sceglierà i suoi Apostoli tra i plebei, li mobiliterà: questo diritto Gli appartiene, giacché figlio di Abramo ed erede del trono di Davide. Egli ama quest'onore di famiglia; la Chiesa non intende la nobiltà in termini di democrazia: rispettiamo, pertanto, tutto ciò che essa rispetta. La nobiltà è di Dio.
“Ma allora, è necessario essere nobile per servire Nostro Signore? Se lo siete, Gli dareste una gloria in più; tuttavia, non è necessario, Egli si accontenta della buona volontà e della nobiltà del cuore. Eppure, gli annali della Chiesa dimostrano che un grande numero di santi, tra i più illustri, ostentavano un blasone, possedevano un nome, una famiglia distinta: alcuni erano persino di sangue reale.
“Nostro Signore si compiace nel ricevere omaggio di tutto quanto è onorifico. San Giuseppe ricevette nel Tempio un'accurata educazione e così Dio lo preparò a diventare un nobile servitore del suo Figlio, il cavaliere del più nobile Principe, il protettore della più augusta Regina dell'universo”. (***)

"Nobiltà ed élites tradizionali"...

 
Prefazione di S.A.I.R.
il Principe Luiz de Orléans e Braganza
Capo della Casa Imperiale del Brasile

Per comprendere pienamente quest'opera di Plinio Corrêa de Oliveira è necessario tenere presente le principali sfaccettature della sua vita pubblica: scrittore, uomo d'azione, ma soprattutto pensatore.
Un pensatore dedicato meno alla mera speculazione dottrinale che all'analisi del secolo in cui vive, dei problemi che lo tormentano e, secondo le soluzioni date a questi problemi, delle vie sulle quali viene condotta la storia umana.
Secolo questo che si presenta ribollente e tumultuoso, in gran parte contraddittorio e bizzarro. Il suo inizio fu infatti caratterizzato da gioie e piaceri della Belle Epoque e anche dalla magnificenza dell'Esposizione Universale di Parigi. Eppure esso si avvia verso la fine in mezzo a incertezze e preoccupazioni, nella previsione di avvenimenti che condurranno forse a un caos universale o perfino ad una ecatombe atomica.
Possiamo, dunque, considerare nel nostro secolo, da questo punto di vista, due fasi ben distinte.
La prima è apertamente ottimista. In essa gli uomini, remoti eredi del Secolo dei Lumi, credevano nel successo indefinito di tutti i loro sforzi per il progresso. Il movimento generale dei popoli, delle istituzioni e dei costumi, veniva spinto, abitualmente, da alcune convinzioni che erano patrimonio del senso comune, ma che erano state considerate in maniera ipertrofica ed esclusivista dalla precedente epoca dell'illuminismo. Fra queste convinzioni, c'era quella secondo cui l'umana ragione – essendo infallibile se nettamente usata - era guida autosufficiente per individuare la felicità terrena e i mezzi per ottenerla.
Inoltre, l'intelletto umano aveva già accumulato un'imponente congerie di conoscenze, nei campi più svariati, adatta ad assicurare nel secolo ventesimo, e anche nei secoli successivi, un alto grado di giustizia, di benessere, di multiforme miglioramento delle condizioni di vita e, conseguentemente, una felicità terrena perfetta.
Questo processo ascendente era chiamato progresso, e il complesso dei metodi di azione con i quali si realizzava la gloriosa e indefinita ascensione del progresso veniva chiamata tecnica.
Grazie a questo processo, l'umanità si trovava a un apice di civiltà mai visto prima, nel quale erano assenti i sintomi di ignoranza, rudezza e crudeltà, caratteristici dei tempi antichi.
Quale potentissimo sostegno del progresso, l'uomo doveva contare sull'evoluzione: forza immanente a tutti gli esseri, ancora misteriosa, e che provocava una continua ascensione, il cui vertice supremo era impossibile raggiungere.
Esempio caratteristico delle ambiziose speranze suscitate dalla cooperazione di questi fattori fu la decisione, espressa in diverse disposizioni testamentarie di questo secolo, secondo la quale il testatore disponeva che il suo cadavere fosse conservato intatto, in speciali camere frigorifere, nella speranza che l'evoluzione e il progresso, con la loro azione congiunta, facessero scoprire i mezzi per realizzare la resurrezione dei morti...
È certo che, in quel mezzo secolo di giubilo universale, due tragedie di grande portata avrebbero opposto una crudele smentita a tante allucinate speranze: le guerre mondiali.
Tuttavia, dopo la conflagrazione mondiale del 1914-1918 cominciò l'allegro periodo generalmente denominato “entre deux guerres”, che sarebbe stato interrotto dalla nuova guerra mondiale nel 1939. Sebbene quest'ultima, finita di fatto con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, fosse stata ancora più universale, mortifera, devastatrice e lunga che la prima, la forza di propulsione verso la felicità terrena assoluta era talmente grande che, appena terminata, l'atmosfera festosa di ostinato ottimismo avrebbe subito ripreso la sua marcia.
Ecco come la Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha descritto le condizioni di vita nelle quali le sembrava che fosse immersa la società contemporanea, aprendole le braccia allo scopo di godere insieme questa gioia universale:
“Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della storia umana. Da qui si aprono nuove vie per perfezionare e più largamente diffondere la cultura. (...) Le scienze dette esatte affinano grandemente il senso critico; i più recenti studi di psicologia spiegano con maggiore profondità l'attività umana; le scienze storiche giovano assai a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione; i modi di vita e i costumi diventano sempre più uniformi; l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita comunitaria creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, d'impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei rapporti fra le varie nazioni e le classi sociali aprono più ampiamente a tutti ed a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così a poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispettale particolarità delle diverse culture (...).
“I teologi sono inoltre invitati, nel rispetto dei metodi e delle esigenze proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti per comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca (...).
“Nella cura pastorale siano sufficientemente conosciuti e usati non soltanto principi della teologia, ma anche le scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia (...).
“I fedeli dunque (...) sappiano armonizzare la conoscenza delle nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte, con la morale e il pensiero cristiano, affinché la pratica della religione e l'onestà procedano in essi di pari passo con la conoscenza e col continuo progresso della tecnica” (Gaudium et Spes, n. 54 e 62).
Questo era il modo in cui la grande maggioranza degli uomini - formati spiritualmente e culturalmente dalla civiltà occidentale - vedeva il futuro. Condividevano questa visione intellettuali di rinomanza universale, statisti e uomini di azione di grande spicco.
Ma... in quale situazione storica non serpeggia un “ma”? A poco a poco anche il “paradiso” del progresso cominciava a scontentare.
Parallelamente all'unanimismo ottimista, un altro modo di vedere, di sentire e di agire veniva formandosi nella penombra e nel silenzio. Tuttavia, mentre per quest'ottimismo erano aperte pienamente le porte dell'apparato pubblicitario, all'altro i mass media non concedevano volentieri spazio, per cui esso era ridotto a sopravvivere negli angolini della società di allora, nei quali il liberalismo dominante non trovava pretesto per perseguitarlo.
Questo piccolo mondo - mantenuto così nell'oscurità - costituito da un pubblico eterogeneo e attivo, era formato dagli elementi più diversi.
Bisogna menzionare, innanzitutto, coloro che contestavano il valore della ragione umana, mettendo in questione l'intero edificio grandioso, ma pregno di frustrazioni, della civiltà occidentale.
Nel loro pensiero non era difficile discernere l'influenza dei filosofi tedeschi, anteriori perfino alla Rivoluzione francese: di Kant, per esempio, secondo il quale il concetto formato dalla ragione non sarebbe fedele, ma influenzato da fattori soggettivi che ne falserebbero l'oggettività. Dalla critica della ragione e della conoscenza, egli scivolò nel soggettivismo e in un certo qual immanentismo. Nei suoi seguaci - Fichte, Schelling, Hegel e altri - questo immanentismo si smembrò in teorie panteiste.
Era l'antico panteismo, di origine induista e buddista, da molto diffuso in grandi estensioni dell'Asia e che appariva ora nella storia dell'Occidente.
Questo soggettivismo e questo panteismo prese carattere di pessimismo in Schopenhauer e di disperazione in Nietzsche. L'apologia dell'angoscia fatta dai padri dell'esistenzialismo moderno (Kierkegaard, Heidegger) non sembra slegata da tali tendenze generali.
Questo pensiero andò prendendo terreno in circoscritte ma elevate sfere intellettuali europee durante i secoli XIX e XX.
Contemporaneamente l’ “american way of life” diffuso dappertutto da Hollywood e considerato da innumerevoli contemporanei come lo stile di vita più coerente, col trionfo congiunto della ragione, del progresso e della evoluzione - cominciava a venir messo in questione a causa degli inconvenienti dello stesso sistema capitalistico.
Effettivamente, l'entusiasmo per la velocità nelle comunicazioni e nei trasporti, per l'intrecciarsi di tutti i campi dell'attività umana, provocò in ogni parte del mondo una febbre generale. Un febbricitare di mentalità, di aspirazioni, di sensazioni, di ambizioni, di attività, di business... di deliri, che finì col produrre molti e vari disturbi fisici e mentali che vanno aggravandosi di giorno in giorno e presagiscono la crisi generale dello Stato, della società, della cultura e della famiglia. Non è necessario dissertare a lungo, poiché è evidente che ciò sfocerà in una crisi globale molto più terribile: la crisi dell'uomo.
Un'altra classe di scontenti - peraltro ben diversa - era formata da coloro che pur contemporanei alla festosa approvazione della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, testimoniavano il nascere e il diffondersi della gigantesca crisi che cominciava a manifestarsi in tutta la Chiesa dopo la chiusura del Concilio Vaticano II.
Una crisi che si presenta oggi ben più grave per la nascita della Teologia della Liberazione, per il serpeggiare di un certo ecologismo e di un certo sub-consumismo pauperista e pseudo-evangelico, che vede nelle condizioni di vita tribali l'organizzazione della società umana!
La situazione che si presenta oggi davanti a noi non era stata prevista dal candido ottimismo dei Padri Conciliari del 1965.
Questo candido ottimismo mi suscita un sorriso melanconico e rispettoso, che sorprenderà certi cattolici che non comprendono la filiale fedeltà alla Santa Chiesa e al Papato che mi vibra nell'anima nel momento stesso in cui scrivo queste righe.
Questo rispetto mi porta ad accettare con tutto il cuore che il Divino Fondatore della Chiesa l'ha voluta retta da un Papa infallibile, in tutti i campi e nelle condizioni in cui Egli lo ha voluto infallibile; e fallibile in tutti i campi e nelle condizioni in cui l'ha voluto fallibile, ossia per esempio nella valutazione delle circostanze concrete in cui vengano a trovarsi questi o quegli uomini, queste o quelle situazioni.
*     *     *
Lo scontento che, ai margini del festoso trionfalismo del dopoguerra e del post-Concilio, si sviluppava in oscurità sempre più tenui e in una dimensione sempre meno corpuscolare, esplose d'improvviso nel 1968. È accaduto nella rivolta della Sorbona, le cui conseguenze aprirono per il mondo orizzonti di follia, di corruzione morale e di caos fino allora insospettati dalla grande massa.
A poco servì che una gigantesca protesta anti-sessantottina sfilasse sulle strade di Parigi, nella famosa marcia di un milione di persone, mosse dall'entusiasmo vigoroso e sereno dell'età matura, o che contro la ribellione si levassero da tutte le parti voci di protesta, molte delle quali risonanti del meritato prestigio di varie personalità.
Dal '68 ad oggi sono avvenuti, in molteplici sfere del pensiero e dell'azione umani, sensibili mutamenti. Quasi sempre, questi fecero in modo di trasformare il mondo di oggi in modo molto più consono alle mete della rivoluzione del Maggio francese.
Il caos va diffondendosi dovunque. Dimostrarlo, sarebbe in questa sede superfluo e impossibile: superfluo, perché al giorno d'oggi non percepisce tale caos colui che è stato da esso accecato e ha perso di conseguenza la vista; impossibile, perché il caos è così universale che sarebbe impraticabile trattare, nella semplice prefazione di un libro, tutto ciò che esso fa o in cui opera. D'altronde, si vi dedicassi questa prefazione, essa diventerebbe più voluminosa dello studio che intende presentare ai lettori.
Quanto finora esposto non ha avuto che lo scopo di delineare, il più sinteticamente possibile, il quadro generale dell'epoca in cui Plinio Corrêa de Oliveira ha svolto la sua azione di pensatore, di maestro e di leader cattolico conservatore di fama universale.
Egli proviene da due illustri famiglie brasiliane. Dal lato paterno, dalla nobile famiglia dei Corrêa de Oliveira, di proprietari di piantagioni di canna da zucchero nel Pernambuco. Fra i suoi membri che ebbero un ruolo rilevante nella vita pubblica merita una menzione particolare João Alfredo Corrêa de Oliveira, senatore a vita dell'Impero e membro a vita del Consiglio di Stato. Fu particolarmente celebre per avere promulgato, come primo ministro, con la mia bisavola la principessa Isabella, all'epoca reggente dell'Impero, la legge di liberazione degli schiavi del 13 maggio 1888, nota come “legge aurea”. Proclamata la repubblica da un golpe militare nell'1889, João Alfredo presiedette per lunghi anni il Direttorio Monarchico, in qualità di persona di fiducia della Principessa, allora esiliata in Francia. Quest'uomo di Stato - uno dei più noti in Brasile - ebbe per fratello Leodegário Corrêa de Oliveira, nonno dell'autore del presente libro.
Dal lato materno, discende dalla famiglia dei Ribeiro dos Santos, appartenente alla tradizionale classe paulista detta di “quattrocento anni”, cioè proveniente dai fondatori o abitanti originari della città di San Paolo. Tra i suoi antenati materni si distinse, durante il regno dell'imperatore Pedro II, il prof. Gabriel Rodrigues dos Santos, cattedratico della già allora celebre Facoltà di Diritto di San Paolo, avvocato, oratore di grandi doti e deputato, prima provinciale e poi nazionale. In queste funzioni ben presto ottenne un meritato rilievo. La morte lo rapi prematuramente.
In entrambe le famiglie, le polemiche ideologiche che segnarono il periodo dell'Impero (1822-1889) e le prime decadi della Repubblica (1889-1930) ebbero un'eco profonda, producendo le ben note divisioni: nel campo religioso, alcuni si mantenevano fermamente fedeli alla Religione cattolica, mentre altri aderivano al Positivismo, l’ultimo grido della moda ideologica del tempo. Nel campo politico, alcuni restavano fedeli al caduto regime, mentre altri aderivano alla repubblica, nelle cui lotte politiche ebbero parte saliente.
Plinio Corrêa de Oliveira fu testimone nell'ambiente famigliare di questo scontro di opinioni che, alla maniera brasiliana, era abitualmente enfatico ma allo stesso tempo cordiale.
Su questi importanti argomenti egli andò prendendo posizione, improntata all'innocenza e alla pietà del suo animo ancora infantile ma già notevolmente precoce. Questa posizione venne rafforzata nel corso degli anni dalla riflessione, dall'analisi imparziale dei fatti e dallo studio al quale si affezionò da piccolo, con marcata preferenza per i temi storici.
Fu in questa linea di pensiero - allo stesso tempo come cattolico praticante e intrepido, e come monarchico dichiarato - che Plinio Corrêa de Oliveira diventò uno dei leader più in vista fra le file della gioventù studentesca del suo tempo.
Non è mia intenzione aggiungere qui dati biografici concernenti a questo noto brasiliano; essi figurano, col dovuto rilievo, in un'altra parte di questo volume. Intendo però analizzare il significato profondo della sua opera intellettuale, che può essere studiata nei libri e nei numerosi articoli che ha scritto.
Lungo il suo cammino, Plinio Corrêa de Oliveira incontrò sempre cattolici e monarchici: i primi crescevano in numero e fervore, fino al momento in cui il progressismo provocò fra loro inevitabili divisioni, polemiche clamorose e la conseguente dispersione e diminuzione di forze.
I monarchici, al contrario - la loro libertà di pensiero e di azione essendo stata tirannicamente soppressa dal decreto n° 85-A, del 23 dicembre 1889, confermato dalla art. 90 della prima Costituzione repubblicana del 1881 (la “clausola petrea”) e dalle diverse Costituzioni che seguirono durante la agitata vita del nuovo regime – andarono diminuendo di numero fino a quando, nel 1988, la 6ª Costituzione repubblicana soppresse la malfamata “clausola petrea”, riconoscendo finalmente ai monarchici una libertà politica che la Repubblica non negava a nessuno, neppure ai comunisti!
Da allora si è verificato un fenomeno ideologico e politico inatteso per molti brasiliani. Nei più diversi Stati, cioè, in tutte le classi sociali, sono sorti i monarchici che - riuniti in valorose associazioni, come il Consiglio Pro-Brasil Monarchico, i Circoli Monarchici, l'Azione Monarchica Femminile e la Gioventù Monarchica del Brasile, intimamente legati a me in qualità di legittimo successore di Pedro II - progrediscono chiaramente nell'azione pacifica ma tenace che conduco con l'aiuto brillante ed efficiente del Principe Bertrand, mio fratello ed eventuale successore.
Questi monarchici hanno gli occhi rivolti con ammirazione all'intrepido leader anticomunista Plinio Corrêa de Oliveira, il quale ha saputo essere, come intellettuale, un monarchico dichiarato, anche nel periodo in cui fu più dura quella che potremmo chiamare la recessione monarchica, e il cui pensiero fornisce alla polemica monarchica - tradizionalista per essenza - una preziosa fonte di pensiero.
Troviamo ammiratori ed amici della Monarchia in numero considerevole anche nella Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), oggi la maggiore organizzazione anticomunista d'ispirazione cattolica, fondata da Plinio Corrêa de Oliveira, della quale mio fratello Bertrand ed io facciamo parte, fin dalla prima giovinezza, col dovuto entusiasmo.
Plinio Corrêa de Oliveira è un bersaglio preso continuamente di mira dai cattolici che si dichiarano di sinistra e dai più svariati avversari della tradizione: dai socialisti moderati fino ai comunisti radicali ed agli “ecologisti”, nel senso politico militante del termine, senza dimenticare certi centristi che in realtà non sono che seguaci camuffati del socialismo.
D'altra parte, egli è riconosciuto come indiscusso leader dai cattolici che, nel piano strettamente filosofico e culturale, prendono una posizione che, per analogia, viene considerata come destra cattolica.
Fino ad ora, l'opera capitale di Plinio Corrêa de Oliveira è Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Sono convinto che accanto a questa dovrebbe aggiungersi Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di  Pio XII al Patriziato ed alla nobiltà romana.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, pubblicato nel 1959, ha avuto successive edizioni in vari Paesi di Europa e delle Americhe, costituendo il libro di base di tutti i soci e cooperatori delle TFP in 20 nazioni dei cinque continenti.
Quest'opera è una analisi teologica, filosofica e sociologica della crisi dell'Occidente, dalla sua genesi nel secolo XIV fino ai nostri giorni. Il fulcro del pensiero di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione consiste nella valutazione secondo cui l'indebolimento religioso e la decadenza dei costumi caratterizzati da quel secolo diffusero in Europa una smodata sete di piaceri della vita, e quindi una gravissima crisi di carattere morale che penetrò a fondo coll'Umanesimo e il Rinascimento. Per sua natura, questa crisi operò molto più nelle tendenze che non nelle convinzioni dottrinali; tuttavia non avrebbe tardato ad invadere il campo intellettuale, data la fondamentale unità dell'uomo.
La crisi morale conduce prima o poi ad opporsi ad ogni legge e ad ogni freno. All'inizio, quest'opposizione può non essere che un'antipatia; tuttavia istiga la tendenza a sollevare obiezioni di carattere dottrinale - ora più radicali, ora meno - contro la mera esistenza di autorità alle quali spetta, per la natura stessa delle cose, di reprimere le varie forme del male. Ciò provoca, negli animi predisposti dalle cattive tendenze, un'opposizione anche dottrinale ad ogni legge e ad ogni freno. Il termine finale di questo processo è l'anarchia nei fatti e nelle dottrine.
Ecco descritto il liberalismo illuminista, la cui espressione ultima e più radicale è l'anarchismo. È appunto nell'anarchia che va sprofondando il mondo contemporaneo.
L'apparire del liberalismo, che definirei “anarcogenico”, porta con sé un'altra conseguenza: l'opposizione ad ogni disuguaglianza. Il liberalismo è ugualitario: chi rifiuta con indignata enfasi ogni autorità, si oppone parimenti ad ogni disuguaglianza. Infatti, ogni superiorità, qualunque sia il campo in cui si manifesta, comporta un tipo di potere o di influenza direttrice di chi è maggiore su chi è minore. Ecco l'ugualitarismo, la cui ultima conseguenza consiste nel rafforzare l'anarchismo.
Infine, la scomparsa di ogni distinzione tra verità ed errore, bene e male, crea l'illusione di rafforzare la pace fra gli uomini, mediante l'interdipendenza e il livellamento di tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le scuole di pensiero e di cultura. Tutto equivale a tutto: modo indiretto di affermare che tutto è nulla. Siamo al caos stabilito alle radici più profonde del pensiero umano, e quindi al disordine più completo nella vita umana.
Questo che potremmo qualificare come una genealogia di errori e di catastrofi  - “abyssus abyssum invocat” - non si manifesta solo nel campo speculativo, ma anche in quello dei fatti.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione mostra che questo processo libertario, ugualitario e “fraterno” - è infatti col pretesto della fraternità che si organizza oggi il festival mondiale dell'ecumenismo in tutti i campi e settori - ha avuto la sua prima esplosione nell'apocalittica rivoluzione protestante, che negò l'autorità suprema e universale dei Papi; in varie sue sette, essa negò anche l'autorità dei vescovi, e in altre ancor più radicali quella dei sacerdoti; e proclamò il principio perfettamente anarchico del libero esame.
Passando dalla sfera religiosa a quella politica, si vede che questo pensiero sta alla radice stessa della Rivoluzione francese, che mirò a modellare lo Stato e la società secondo i principi di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, inerenti al protestantesimo. Essa negò il Re, come il protestantesimo aveva negato il Papa; negò la nobiltà, come certe sette protestanti avevano fortemente diminuito i poteri del clero (che è l'aristocrazia della Chiesa) e altre lo avevano eliminato completamente; e proclamò, in nome del libero pensiero, il principio della sovranità popolare, come il protestantesimo aveva proclamato quello del libero esame.
I rivoluzionari del 1789 lasciarono in piedi la proprietà privata e la conseguente autorità del proprietario sul lavoratore e, per analogia, dell'intellettuale sul lavoratore manuale. Ciò nonostante, nelle sue ultime convulsioni, per la penna del comunista Babeuf, la Rivoluzione francese giunse a negare anche queste ultime residue disuguaglianze.
A sua volta, nel 1848, Marx proclamò l'uguaglianza socio-economica completa e Lenin la realizzò in Russia a partire dal 1917.
Tre rivoluzioni, tre ecatombi, l'una generata dall'altra, hanno provocato come risultato, in questa fine di millennio, la 4ª Rivoluzione, autogestionaria e tribale, come afferma Plinio Corrêa de Oliveira nelle più recenti edizioni di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.
Nel 1960, per l'edizione francese di questo libro, il mio defunto padre, il Principe Pedro Henrique, scrisse una sostanziosa e bella prefazione, proprio nel senso che ho espresso e che fa vedere il taglio intellettuale dell'opera di Plinio Corrêa de Oliveira.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione fu evidentemente scritto per mettere in guardia la borghesia dell'Occidente, la cui vigilanza si era addormentata nei piaceri e negli affari, dal rischio supremo verso cui si dirigeva. Non era solo un libro speculativo, ma anche una denuncia, fatta con la speranza che ne derivasse un movimento, e da questo una riscossa. La fondazione della TFP in Brasile, il suo diffondersi nel vasto territorio del mio Paese e la propagazione dei suoi ideali nei cinque continenti, sono il frutto dell'apostolato personale e concreto di questo pensatore che, nel campo dell'azione, agiva e agisce nel cuore della realtà contemporanea.
Ora, Nobiltà e élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, presenta appunto questo carattere di opera di pensiero destinata ad influenzare profondamente i fatti.


Simile a roccia sulla punta di un promontorio sferzato dalle onde, la nobiltà, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sofferto successivi attacchi. Le hanno tolto quasi dappertutto il potere politico. In generale le negano qualsiasi diritto specifico, che non sia il mero uso dei titoli e dei nomi tradizionali. Il movimento generale dell'economia e della finanza ha fatto concentrare in altre mani la torrenziale ricchezza che ha posto il capitalismo al vertice della società e con la quale il jet set cerca di abbagliare - anzi di far brillare i suoi lustrini - da ogni parte.
Che rimane allora della nobiltà? Ridotta in questo modo, ha il diritto di esistere? Con che vantaggio per se stessa e per il bene comune? Deve forse isolarsi irriducibilmente nell'ambito delle “buone famiglie”? Oppure, nel caso di sopravvivenza della nobiltà, questa va estesa anche alle nuove élites con analoghe, seppure non identiche, caratteristiche?
Plinio Corrêa de Oliveira, il cui animo è caratterizzato da una coerenza esemplare, vede nella nobiltà una di queste roccie immobili senza la cui resistenza epica, a volte perfino tragica, alla mareggiate delle tre Rivoluzioni, le terre del promontorio – ossia le civiltà e culture - avrebbero perso la loro coesione e si sarebbero dissolte nel turbine delle onde.
Non è raro incontrare membri della nobiltà coscienti dei doveri individuali imposti dalla loro condizione nobiliare - come il buon esempio alle altre classi, col comportamento morale irreprensibile o con l'assistenza ai bisognosi - ma che, sulle questioni sopra elencate, non hanno che nozioni vaghe, seppure ce l'hanno.
D'altronde un fatto analogo accade nelle altre classi, soprattutto con la più favorita nella struttura sociale vigente, ossia la borghesia. Il diritto di proprietà è il suo più fermo punto di appoggio, eppure sono rari i borghesi che conoscono i fondamenti morali e religiosi della proprietà privata, dei diritti e dei doveri che comporta.
Ad entrambe queste classi, l'opera di Plinio Corrêa de Oliveira fornisce un inestimabile sostegno, pubblicando il testo integrale delle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, corredate da commenti esplicativi ed esempi storici molto eloquenti.
Plinio Corrêa de Oliveira, profondamente impregnato dei principi insegnati dai Pontefici, è totalmente opposto allo spirito della lotta di classe.
Egli non vede nella linea di confine tra nobiltà e popolo una zona di conflitto. Al contrario, ci mostra la nobiltà storica, militare e terriera, come alto e puro vertice dell'organizzazione sociale, vertice tuttavia non inaccessibile: culmine abitualmente difficile da scalare, poiché è nella natura delle cose che questa ascensione si realizzi solo col merito.
Per Plinio Corrêa de Oliveira, la prospettiva di un'ardua ascesa del borghese alla condizione nobiliare va vista come un amichevole invito ad acquistare meriti ed ottenere con essi una autentica glorificazione. C'è di più. Nella nostra epoca, in cui una profonda penetrazione della tecnica nel lavoro manuale e un livello non trascurabile di istruzione nella classe operaia rende quest'ultima assai variegata, vi sono molte meritori e possibilità di promozione sociale e professionale, che sarebbe ingiusto ignorare.
Amico della armoniosa e equilibrata gerarchia in tutti i campi dell'umano agire, Plinio Corrêa de Oliveira applica, mediante una lucida interpretazione, i principi di Pio XII a tutte le classi sociali, senza fonderle e meno ancora confonderle.
È però facile accorgersi che le sue particolari premure si rivolgono specialmente ai due estremi della gerarchia sociale; di qui i suoi brillanti commenti sull'opzione preferenziale per i nobili e sull'opzione preferenziale per i poveri.
Per quanto mi riguarda, condivido di cuore questa duplice opzione, facilmente individuabile nello spirito e nell'opera di vari monarchi della Casa di Braganza, in Portogallo come in Brasile. In questo libro - basato sulle allocuzioni pontificie qui riprodotte e commentate - l'attenzione dell'autore si rivolge specialmente all'opzione preferenziale per i nobili, senza pregiudizio alcuno per l'opzione preferenziale per i poveri.
È missione specifica della nobiltà agire in difesa dei Re, sia che godano dell'esercizio del potere, nella pienezza delle rispettive prerogative, sia che abbiano solo “de jure” quel potere che è loro venuto dagli antenati e che nessun atto di forza o di demagogia può legittimamente sopprimere.
Reciprocamente, è dovere dei sovrani amare, rispettare e sostenere la nobiltà, esercitando così in suo favore un'effettiva opzione preferenziale, che non si limiti alle sole lusinghe e cortesie.
Auguro a questo nuovo libro di Plinio Corrêa de Oliveira il plauso di quanti sanno e sentono quello che è una vera nobiltà, che aiuti il popolo ad essere sempre quello che Pio XII raccomanda, ossia un vero popolo animato da un'animo degno di essere chiamato cristiano, e che non capitoli di fronte al rischio di diventare una massa anorganica e inerte, trascinata nelle più svariate direzioni dalla psico-dittatura dei grandi gruppi pubblicitari.
Sao Paulo, 25 de março de 1993
Luiz de Orléans e Braganza